mar 18, 2020

I danni economici causati dal progressivo diffondersi dell’epidemia da Covid-19 non sono quantificabili ed il loro impatto sull’economia mondiale dipenderà dai tempi di messa in atto delle misure di contenimento del virus e dalla quantità di denaro destinato al sostegno dell’economia reale.

A pagarne le spese, in primis, l’economia cinese che ha dovuto ridurre drasticamente la propria capacità produttiva con un livello di produzione manifatturiera mai toccato dal 2004 ed un impatto peggiore rispetto a quanto previsto inizialmente.

Secondo i sondaggi, produzione ed esportazioni hanno visto una stima al ribasso che potrà variare solo alla ripresa della domanda dei Paesi esteri, anch’essa legata ai relativi tempi di riposta al virus.

L’impatto sul resto del mondo è enorme, perché la Cina oggi è un importante fornitore di beni intermedi in molti settori. Secondo i dati della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), le esportazioni cinesi di beni intermedi utilizzati da altri paesi come input per le loro esportazioni sono salite dal 24% delle esportazioni totali cinesi nel 2003 al 32% nel 2018. Nei prodotti elettronici, telefonia, computer, mobili e arredo la Cina realizza l’assemblaggio di molti beni di consumo destinati anche all’esportazione. Computer, telefonia e televisori hanno tutti un’organizzazione della produzione su base globale, molti produttori hanno in Cina alcune fasi di produzione e le fasi di assemblaggio, alcuni dei quali con sede nel Hubei. La Cina rappresenta oltre la metà della produzione globale di monitor per televisori e computer; nella sola Wuhan hanno sede cinque fabbriche che producono schermi LCD e OLED. Secondo i dati di IHS Markit, il parziale arresto di Wuhan ha già danneggiato la produzione e aumentato i prezzi. L’impatto negativo sarà più ingente sulle altre economie asiatiche, in primis la Corea del Sud, che ha contratto il contagio in modo esteso e ne sta subendo le conseguenze economiche più dirette, così come le altre economie che dipendono fortemente dalle importazioni dalla Cina, come Taiwan, Vietnam, Malesia, Singapore.

La Cina è anche il maggiore acquirente di materie prime al mondo, con oltre 500 miliardi di dollari di importazioni nel 2018 e oltre 300 nel 2019 e per ora ha interrotto tutti i tipi di attività di costruzione. Grande sarà anche il contraccolpo sugli esportatori di materie prime, soprattutto per Australia, Brasile e Russia (i primi tre esportatori di materie prime) per i quali la Cina rappresenta oltre un terzo delle loro esportazioni complessive. Anche la domanda di greggio della Cina è diminuita a causa di un drastico calo del traffico, ragion per cui le raffinerie hanno iniziato a tagliare la produzione, contribuendo a far scendere il prezzo del greggio al minimo dall’inizio del 2019.

Inoltre, la Cina è anche un grande mercato al consumo. Nel 2018 i consumatori cinesi hanno speso 115 miliardi di dollari in beni di lusso, circa un terzo della spesa mondiale del comparto. Questo dato include sia gli acquisti fatti in Cina, sia quelli all’estero durante i loro viaggi sempre più frequenti, che oggi sono azzerati e lo saranno per un tempo al momento imprevedibile. Il turismo è proprio il settore al momento più colpito nei servizi, oltre ai trasporti internazionali e alla logistica. Se i turisti cinesi, fonte di un grande boom turistico in tutto il mondo (pari a 270 miliardi di dollari), specialmente in Asia, stanno a casa, l’impatto negativo sul turismo globale andrà oltre il calo degli arrivi turistici, estendendosi a settori quali trasporti, alloggi, ristorazione, vendita al dettaglio e servizi finanziari. Finora, 128 paesi hanno limitato i viaggi da e verso la Cina, l’Asia avvertirà la maggior parte degli effetti (poiché oltre il 90% dei turisti cinesi viaggia all’interno della regione, soprattutto verso Hong Kong, Tailandia, Vietnam e Singapore), ma anche l’Europa ne risentirà, Italia inclusa, considerando che il Covid-19 ha impedito l’avvio dell’anno del turismo Italia-Cina.

Ma i settori più esposti sono quelli del manifatturiero nei quali la Cina ha un peso importante sia come fornitore, sia come mercato, sia come luogo dove sono localizzate parti importanti delle filiere: più di tutti l’automotive. La Cina è il più grande mercato automobilistico del mondo sia come produzione sia come consumo. Proprio Wuhan, la città al centro dell’epidemia, è sede di uno dei principali poli di impianti automobilistici (con circa il 10% della capacità di produzione automobilistica del paese e 2,24 milioni di veicoli prodotti) tra cui General Motors, Honda, Nissan, Peugeot Group e Renault e le cinesi Changan e Dongfeng. Solo per la Honda, Wuhan rappresenta circa il 50% della produzione totale in Cina. Con la diffusione del coronavirus, molte case automobilistiche in tutto il paese hanno chiuso i battenti nell’ambito del recente arresto a livello nazionale. Oltre alle case automobilistiche con sede nel Hubei, ad esempio, la nuova fabbrica di Tesla a Shanghai ha chiuso, posticipando la data di produzione del suo Modello 3, e Volkswagen ha posticipato la produzione in tutti i suoi stabilimenti cinesi che gestisce in joint-venture con SAIC. Di conseguenza, le vendite di auto in Cina sono diminuite del 92% nella prima metà di febbraio, secondo i dati della China Passenger Car Association (CPCA). Secondo le stime di IHS Markit, se molte fabbriche chiudessero fino a metà marzo, ciò potrebbe portare alla riduzione di 1,7 milioni di produzione di veicoli in Cina. Non si sa ancora quando la produzione potrà riprendere in misura soddisfacente, ma intanto l’emergenza ha fatto rinviare il salone annuale dell’auto a Pechino, originariamente previsto per il 21 aprile, uno dei molti altri eventi che sono stati cancellati o ritardati.

Gli impatti sull’industria automobilistica si fanno sentire oltre i confini della Cina, poiché la carenza di forniture dalla Cina blocca la produzione in tutto il mondo. Ad esempio, Hyundai e Kia hanno recentemente interrotto diverse linee di assemblaggio in Corea e Nissan ha annunciato che avrebbe sospeso la produzione di auto in Giappone. General Motors ha suggerito che le interruzioni della produzione potrebbero colpire gli impianti in Michigan e Texas, Jaguar Land Rover ha avvertito che il virus potrebbe creare problemi nei suoi impianti di assemblaggio in Gran Bretagna e Mike Manley, CEO di Fiat Chrysler Automobiles, ha dichiarato che la produzione in uno degli stabilimenti europei potrebbe essere sospesa dalla fine di febbraio.

Le stime dell’impatto globale variano: all’inizio della scorsa settimana, l‘Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha previsto che l’epidemia di Covid-19 ridurrà la crescita del Pil  globale di mezzo punto.   Le maggiori revisioni al ribasso della crescita sono attese nei paesi profondamente interconnessi con la Cina, in particolare la Corea del Sud, l’Australia e il Giappone. Qui tovate lo studio con le simulazioni.

Bloomberg Economics suggerisce invece che la crescita del Pil per l’intero anno potrebbe scendere a zero in uno scenario di pandemia, ma è il peggiore degli scenari previsti.

L’agenzia delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad) afferma che il rallentamento dell’economia globale causato dall’‘epidemia di coronavirus avrà un costo di almeno 1 trilione di dollari. ” Le Nazioni Unite prevedono che i flussi di investimenti diretti esteri potrebbero scendere tra il 5 e il 15 percento ai livelli più bassi dalla crisi finanziaria globale del 2008-2009.

Nei giorni scorsi il direttore generale del Fondo monetario internazionale ha dichiarato: “Nel nostro scenario di base attuale, l’economia cinese tornerà alla normalità nel secondo trimestre. Di conseguenza, l’impatto sull’economia mondiale sarebbe relativamente minore e di breve durata. In questo scenario, la crescita del 2020 per la Cina sarebbe del 5,6 per cento. Si tratta di 0,4 punti percentuali in meno rispetto all’aggiornamento Weo di gennaio. La crescita globale sarebbe inferiore di circa 0,1 punti percentuali”.

E in Italia? Il Cerved nei giorni scorsi ha analizzato l’impatto del Covid-19 sulle aziende italiane. Gli scenari previsti sono due. Il primo indica la fine dell’emergenza a inizio maggio e una ripresa solo a partire dall’anno prossimo. In questa ipotesi il giro d’affari bruciato per le imprese varrà complessivamente, mettendo insieme il 2020 e il 2021, 275 miliardi di euro.   Più pesanti le stime del secondo scenario. In questo caso l’emergenza sanitaria durerà fino a dicembre. L’impatto sarà dell’ordine di una perdita di 641 miliardi, di cui 469 miliardi quest’anno e quasi 172 l’anno prossimo.

Ad oggi comunque è possibile solamente fare delle ipotesi. La situazione è in continua evoluzione e pertanto ogni dato va preso con estrema cautela.

L’epidemia sta mostrando al mondo quanto fragile sia un modello di globalizzazione fondato su una dipendenza elevatissima da un solo paese come fornitore per molti settori. Alcuni ne traggono la conclusione che l’economia cinese è ormai diventata indispensabile e pertanto ogni tentativo di isolarla o isolarsi (come nel caso dell’America di Trump) è destinato a restare vano. In realtà, una riduzione dell’interdipendenza economica tra la Cina e il resto del mondo (se non un vero e proprio decoupling) è destinata ad aumentare nel tempo, per due grandi motivi. Innanzitutto, l’inshoring di attività manifatturiere era in corso già prima della guerra commerciale, e con quest’ultima ha ulteriormente accelerato; oggi l’epidemia sta spingendo molte imprese, grandi e piccole, a riorganizzare le proprie catene di fornitura e di certo non torneranno indietro una volta terminato il rischio di contagio. La seconda ragione, altrettanto importante, è che la Cina stessa vuole ridurre la sua dipendenza tecnologica dai paesi tecnologicamente più avanzati e aumentare la produzione interna.


FONTE:

– ISPI ONLINE

– IL SOLE 24 ORE