ott 6, 2016

Per le aziende italiane il settore del lusso rimane il più lucrativo punto di contatto con l’e-shopper cinese. Seguono il settore enogastronomico e quello dell’abbigliamento di alta gamma, insieme a pacchetti per la villeggiatura nel Bel Paese. In questo contesto e grazie al recente cambio di normativa riguardo l’e-commerce, oggi è possibile per le aziende straniere abbracciare un mercato più ampio rispetto al passato.

Già nel 2010, le possibilità per l’e-commerce si erano schiuse agli investitori stranieri grazie alla Circolare emessa dal Ministero del Commercio (MOFCOM) circa l’autorizzazione  e la gestione degli investimenti esteri per la vendita online    e distributori automatici (Shangzizi [2010] No.  272), che ha ulteriormente chiarito che le vendite online sono da considerarsi come una mera estensione delle attività di vendita di un’impresa. Pertanto, le imprese manifatturiere a capitale straniero possono direttamente vendere online in Cina senza l’approvazione del MOFCOM.

Grazie al piano quinquennale in corso (2011-2015), diversi ostacoli all’e-commerce sono stati sollevati e una azienda ad investimento straniero che intende fornire servizi di rete per altri contraenti con la propria piattaforma online, deve rivolgersi al MIIT (Ministero dell’Industria e dell’Information Technology) per ottenere la licenza di provider di “contenuti Internet”(ICP).

Nel frattempo, le imprese che si impegnano direttamente nella vendita di prodotti attraverso la propria piattaforma online devono solo riferire alle autorità amministrative per le telecomunicazioni la registrazione di deposito. Questo significa che gli investitori stranieri possono impegnarsi nella vendita on-line senza una licenza ICP dal MIIT a condizione che la loro piattaforma online non sia aperta a qualunque fornitore. Essi devono tuttavia fare domanda per un numero di deposito ICP.

L’operazione di vendita può essere fatta anche per conto terzi secondo il regolamento di servizi di telecomunicazione di base e servizi di telecomunicazione a valore aggiunto. L’azienda in questo caso deve soddisfare alcuni presupposti:

  • Deve essere una joint venture con partecipazione straniera pari ad almeno il 50 per cento;
  • L’investitore straniero primario della FIE deve avere un buono storico ed esperienza operativa nei servizi di telecomunicazione a valore aggiunto;
  • Deve avere un capitale sociale minimo di 10 milioni di
  • Altri requisiti pertinenti, come previsto dal Regolamento sulle telecomunicazioni e le eventuali leggi e regolamenti amministrativi.

Osserviamo un secondo scenario, cioè, quando un’azienda italiana non ha una presenza stabile in Cina: come può vendere i suoi prodotti?

Le piattaforme di commercio elettronico sembrano l’opzione più realistica. Taobao, ad esempio, offre un duplice servizio: quello alle imprese e quello rivolto alle persone fisiche che possono commerciare online qualsiasi genere di prodotto a fronte di un pagamento per il servizio. Ciò permette all’azienda di poter vendere i propri prodotti in RMB. In assenza di una entità cinese il cliente è costretto a pagare in valuta estera, un’opzione scomoda in Cina.


Terzo quesito: quali sono i rischi per l’azienda che vende online?

I rischi relativi all’utilizzo di piattaforme di e-commerce sono legati ai diritti di proprietà intellettuale e alle importazioni parallele. La presenza di prodotti contraffatti sulle piattaforme di e-commerce è concreta. Nonostante le pressioni esercitate da Taobao la presenza di falsi non accenna a diminuire. Anche per questa ragione è stato lanciato Tmall, un negozio di fascia più alta, ovvero, una piattaforma di commercio elettronico legata a prodotti di lusso autentici. Altro esempio è Net a Porter (una nota piattaforma del lusso britannica) che ha recentemente aperto il sito anche in lingua cinese.

Il prodotto di lusso è più riconoscibile e il consumatore cinese ne acquista in quantità sempre crescenti. Per esempio, nel settore enologico, il sito di e-commerce Wangjiu vende bottiglie di vino pregiato che sfiorano i 7 mila EUR (principalmente vino francese). È inoltre importante assicurarsi di poter gestire il proprio prodotto in maniera diretta, e controllare le importazioni parallele.

Le aziende italiane dovrebbero essere e sono nella posizione di sfruttare la rinomanza dei prodotti della loro terra ed ora anche i prodotti meno conosciuti sono aperti ad un rapido ingresso nel mercato cinese con l’e-commerce. Una presenza fisica in Cina richiede, per contro, numerosi punti vendita e costi non irrisori, mentre una combinazione tra punti vendita e una piattaforma di commercio online è oggi la strategia più efficace.

Source: www.dezshira.com